FEDERICO CAPUTO: IL CARCERE E L’IMPORTANZA DI ESSERE SE STESSI

Benito Olmeo intervista per noi Federico Caputo approfondendo la sua esperienza carceraria, la sua vita, la rinascita e il libro “Sensi Ristretti”.

Che lavoro svolgevi?

In quegli anni era fondamentale aiutare la famiglia per cui, terminate le scuole dell’obbligo, il lavoro era l’aspetto fondamentale da assolvere e, non badando più di tanto alle qualifiche professionali ho svolto numerose mansioni, dal settore alberghiero all’edilizia, dal settore finanziario al settore commerciale vendite. I una famiglia di sette persone ognuno doveva contribuire al meglio.

SInistra: Federico Caputo (di spalle) con Benito Olmeo Destra: Federico Caputo durante l’intervista

Mi racconti la tua vita prima di essere un detenuto?

Certamente è stata un’esistenza spensierata nonostante le responsabilità che sentivo verso la mia famiglia, ma anche una adolescenza piena di dubbi, paure e aspettative. Ho passato la maggior parte della gioventù dedicandomi con passione al mondo sportivo e dopo alcuni anni giocati in realtà calcistiche dilettantistiche venni acquistato dalla squadra della mia città; la SPAL dove giocai nel settore allievi, berretti e primavera. Poi all’età di diciassette anni abbandonai il calcio a livello professionistico. I motivi di questo inaspettato abbandono li capirò e metabolizzerò soltanto trentanni dopo.

Quanti anni avevi la prima volta che sei stato condannato e per quale reato?

È accaduto nel 1981 a Ferrara. Da circa un anno avevo iniziato ad usare sostanze stupefacenti e una sera, festeggiando o gli amici, l’effetto della droga ebbe il sopravvento sui nostri comportamenti portandoci ad effettuare un tentativo di furto con l’obiettivo di comperarci altre sostanze. Tecnicamente non presi nemmeno posizione su quel tentativo ma l’arrivo improvviso di una pattuglia della Polizia effettuò un fermo totale delle persone presenti. Chiaro che, preso uno, tutti ci si sarebbe dichiarati responsabili. Non conoscevo ancora le conseguenze della tossicodipendenza per cui, mio malgrado, dopo il mio primo arresto nulla sarebbe cambiato nella mia vita se non il rafforzare le mie convinzione che della mia vita potevo farne l’uso che ritenevo più utile a me stesso. Concetto di “libertà” che in quegli anni andava di moda.

C’è stato un motivo scatenante che ti ha indotto a delinquere?

In prima analisi i motivi possono essere ricercati in ciò che ho detto in precedenza ma considerando che il delinquere, come qualsiasi altra devianza, è a mio avviso il punto di arrivo di una vita privata priva di dignità verso se stessi e verso la società, giustamente dovevo cercare i motivi che mi hanno portato a scegliere una condizione di vita che viaggiava sopra le righe del buonsenso. Una considerazione profonda si presentava ogni qualvolta mi chiedevo come poteva essere accaduto che una persona proveniente da una famiglia priva di eclatanti problematiche e proveniente da anni trascorsi nel mondo sportivo, mi avesse portato a scegliere una via di contestazione sociale. In modo particolare una ferma contestazione verso l’autoritarismo di Istituzione che come principio fondamentale portavano un messaggio di eguaglianza e rispetto della dignità umana la quale veniva afflitta da comportamenti alquanto discutibili nella forma e nella sostanza delle stesse istituzioni.

Come hai vissuto i tuoi anni in carcere e com’era il rapporto con gli altri detenuti e con i dipendenti del carcere?

Vivere il carcere è come vivere quotidianamente il dolore, la sofferenza, le paure e il vedere la propria dignità cancellarsi sempre più ad ogni trascorrere dei minuti. Sono stati anni difficili soprattutto a causa del mio stato di salute a dir poco approssimativo per cui la detenzione è stata aggravata da una pena che ben poco poteva fare per alleviare le sofferenze di chi si trova a combattere e a sopravvivere al carcere e alla malattia. Ho visto tanti detenuti arrendersi e abbandonare ogni sorta di resistenza a questa “nullità carceraria” arrivando persino a preferire la via dell’autolesionismo, anche con conseguenze permanenti, o del suicidio. Io stesso ho vacillato più volte quando mi sono trovato a questo bivio di scelte ma la fortuna, l’amore verso la donna che mi aspettava a casa, Dio e la ragione che all’ultimo momento riuscivo a recuperare, mi hanno fatto desistere e ravvedere sulle scelte estreme che stavo ponendo in atto. Ammetto che di grande aiuto nel superare le angosce che il carcere fa vivere a chiunque ci transiti anche per pochi giorni, l’ho ricevuto dai sanitari penitenziari e agenti di Polizia Penitenziaria che, per loro coscienza, andavano oltre il loro ruolo istituzionale trasmettendo momenti di autentica umanità e solidarietà. Ma la solidarietà maggiore, identificabile dalla sola espressione del volto ancor prima dei gesti o delle parole, è stata quella dei miei compagni detenuti. Momenti trascorsi assieme in un unico pensiero di libertà, notti trascorse parlando del colloquio con le compagne che alla mattina si sarebbe svolto, aspettative, sogni, speranze, timori ed ogni altra emozione, bella o brutta, da vivere in quell’ambiente “distorsivo”.

Quali i lavori e quale era il tuo impegno all’interno del carcere?

L’unico lavoro che ho svolto in carcere è stato il “piantone” di cella nel reparto infermieristico nel 1999 nel carcere di San Sebastiano a Sassari. Il “piantone” era il lavoro più ambito tra i detenuti anche perché spesso veniva ricercato per il solo scopo di poter contare su una entrata economica che ti permettesse un’autonomia e indipendenza. I sostanza il piantone ha il compito di aiutare nelle esigenze primarie altri detenuti non autosufficienti, causa patologie sanitarie importanti come la tossicodipendenza, malattie infettive avanzate o doppia diagnosi, preparare una minestra calda, un caffè o un bicchiere di latte caldo e l’immancabile camomilla serale. Lavare la cella ed accompagnarli per la somministrazione dei farmaci o metadone nell’apposito ambulatorio infermieristico. Questo è stato il mio compito di coscienza ma di ben altra natura erano gli accordi che venivano escogitati per lavorare come piantone, per aggirare la necessità di un interesse privato. In tutti gli altri penitenziari in cui sono “transitato” non ho svolto nessun lavoro retribuito. Come rimedio all’assenza di fondi economici bastava che mi iscrivessi alla frequentazione della scuola per essere retribuito economicamente. Sì, in carcere se studi ti pagano!

Che consiglio dai ai ragazzi che devono affrontare certe problematiche?

Non restare da soli, avere l’umiltà di chiedere aiuto e parlare con le persone dei problemi che si vivono e si vedono. Guardare dentro se stessi con sincerità anche quando le paure possono trasmettere angoscia. Vivere la propria vita da protagonisti e con rispetto verso se stessi e le persone apparentemente diverse. “Guardare” e non accontentarsi nel “vedere” le cose. A volte si tende a colpevolizzare l’educazione familiare o l’ambiente sociale in cui viviamo, la scuola o le compagnie che frequentiamo, senza porre attenzione sull’aspetto più importante che riguarda solo noi stessi. Mi sono reso conto con il passare degli anni che ciò che vedevo come “problemi oggettivi” si sono rivelati “problemi soggettivi”. Credevo di essere certo che le responsabilità del mio stato fossero da attribuire a situazioni vissute, per cui “oggettive”, mentre tali situazioni era state vissute da me in modo soggettivo e per nulla corrispondenti a realtà accadute. I meccanismi che una persona mette in atto per giustificare un proprio comportamento sono molteplici e sottili, se non inconsci. Non sempre ciò che si vede determina ciò che è. Un atteggiamento basato sul dubbio, anzichè sulle certezze è un fattore che mi ha dato grandi risposte e posto grandi domande. Bisogna fare il possibile per non arrivare alla dipendenza da sostanze che condizioneranno in negativo il cammino della nostra vita, lasciandoci cicatrici mai più cancellabili dalla memoria e dalla coscienza. Non sei “un figo” se ti fai!

Attualmente come vedi l’inserimento sociale dei detenuti?

Terminato il periodo di pena in un carcere pensavo che tutto sarebbe tornato alla normalità, ma ben presto mi sono reso conto di quanto sia difficoltosa la strada del reinserimento sociale. Lavoro pressoché introvabile per il semplice motivo che sempre risulterà nel tuo curriculum l’aver subito condanne penali. Il riscatto sociale non si ottiene attraverso il lavoro, purtroppo, ma è basato sulla discrezionalità o conoscenze di chi appartiene alla società cosiddetta civile. Vivo in un condominio e ho dovuto sopportare che mi venissero rivolte offese, minacce, e tante altre affermazioni poco edificanti ed incoraggianti. Tutto perchè, dopo anni passati nell’illegalità ora sono una persona libera e rispettosa dei basilari principi sanciti dalla legge e delle regole che determinano una società civile. Per cui ritengo doveroso farne parte a pieno titolo, contribuendo attivamente nell’evidenziare e, se necessario, denunciare chi viola detto patto, anche attraverso un abuso in edilizia privata. In tutto ciò l’aspetto terribile e che le frasi sono state menzionate da insegnanti e medici che come priorità deontologica hanno il bene del prossimo.

In quanti istituti di pena sei stato?

Dal 1981, anno della mia prima carcerazione, sono molteplici le Case Circondariali, dalla prima a Ferrara all’ultima a Napoli, Secondigliano. In totale i penitenziari sono stati una quindicina. Molti per brevi periodi, altri per periodi medio lunghi, per un totale di dieci anni di carcerazione effettuata contro un totale di pene accumulate parre ad oltre sedici anni.

Che differenza hai notato tra un carcere e l’altro?

Purtroppo sono poche le realtà carcerarie dove l’art.27 della Costituzione viene interamente assolto dalle Istituzioni. Lo stesso istituto penitenziario di Rebibbia di Roma porta in sé contrastanti realtà. Si passa da sezioni di eccellenza a sezioni dove la dignità viene disintegrata dal sovraffollamento e dalla mancanza di progetti finalizzati al recupero della persona. L’isolamento logistico del nuovo carcere di Bancali a Sassari, seppur di nuova costruzione, altro non è che la costante lontananza di un mondo punitivo verso il quale non si vuole soffermare lo sguardo di coloro che appartengono al mondo di fuori.

Qual è la cosa più brutta che hai visto in carcere?

La sofferenza di un detenuto rumeno nel decidere di collaborare con la giustizia nella soluzione di un grave fatto di cronaca nera avvenuto in Sardegna e che lo vedeva coimputato di un reato gravissimo. Momenti trascorsi nel vedere le sue indecisioni e perplessità, attimi di autolesionismo per il carico di responsabilità che non riusciva a contenere. Gesti di vera paura verso gli altri e se stesso nel decidere la cosa migliore, i pianti, l’angoscia nel non riuscire ad esprimersi compiutamente in una lingua non sua quale l’italiano. Ho visto il vero volto del dolore e della disperazione in chi, decidendo con umanità, si sarebbe condannato ad almeno sedici anni di reclusione. In tre metri quadrati due detenuti vivevano tutto questo per sette giorni di autentica passione, vissuta da angolazioni opposte ed entrambi abbandonati al nostro destino.

Ci sono cose belle in carcere?

Il volontariato, le persone che senza pretesa alcuna entrano per donare un segno di vicinanza. Persone che vanno oltre il proprio lavoro dando gratuitamente la loro umanità e solidarietà.

Ricordi di aver conosciuto una persona in particolare?

Ricordo di aver conosciuto tantissime persone con un’unica caratteristica che li rendeva unici: l’espressione di sofferenza che segnava loro il volto. Un ricordo affettuoso è per un amico di Iglesias da molti anni detenuto, conosciuto nel carcere di Alghero che ora si trova nel carcere di Sassari.

Hai scritto un libro, “Sensi Ristretti” in modo che la tua vita possa essere presa come spunto da altri detenuti. Ce ne parli?

Ho sempre desiderato scrivere un libro autobiografico ma quando è arrivato il momento di scrivere ho scelto di trasmettere, con la mia testimonianza, un lungo periodo di detenzione in carcere. Momenti in cui ho imparato a conoscere la sofferenza del vivere rinchiuso in una piccola cella, le distorsioni dei sensi, distorsioni e conseguente decodificazione degli odori, della vista, dei gusti, dei rumori, del tatto del carcere o di qualsiasi altra condizione sofferente o no. Percepire il non visibile e scrutabile. Riconoscere attraverso l’udito la visualità di ciò che accadeva o poteva accadere. Sentire la sofferenza con le sue urla di protesta o di rabbia. Percepire attraverso l’olfatto il significato di “odore della sofferenza”. Il significato del toccare la donna amata o le procedure fredde o le strutture del carcere. La limitatezza a cui è sottoposta la vista nell’essere obbligata a guardare un orizzonte ampio pochi metri. Costretto a vedere con l’udito attraverso le mura della cella. Inventarmi pasti che per mezzo dei loro profumi ricordassero un momento di affettività. Questo libro, “Sensi Ristretti”, mette a nudo questa realtà che a molti sfugge, realtà che può dare la consapevolezza di ricercare dentro se stessi il ricomporre la propria dignità perduta. Voglio anche portare all’attenzione un problema che a fasi alterne viene discusso ma che non giunge mai ad una soluzione compiuta. La speranza è quella di guardare gli effetti di una completa applicazione della Costituzione italiana espressa nell’art.27.

Chi è in realtà Federico Caputo?

Sono una persona libera, sia fisicamente che moralmente. Una persona che ha raggiunto, con l’aiuto della donna amata, un equilibrio tra ciò che è stato ieri, ciò che è oggi e verosimilmente ciò che sarà domani. Una persona che tra i propri obiettivi ha quello di mantenere una parola data a chi ancora soffre la carcerazione: parlare del problema carcere e delle persone che sono recluse, delle vittime dei reati commessi, e dei familiari che vivono la giustizia in senso ampio. In questa prima fase tengo a ringraziare l’editore che mi ha dato la possibilità di iniziare questo percorso stampando gratuitamente il libro “Sensi Ristretti” – Edes – Editrice Democratica Sarda, l’Associazione Culturale “Arte in Arte” e la vostra rivista.

di Benito Olmeo                  ph: Donato Manca
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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