IGOR CASTANGIA – Tra classico e contemporaneo

Benito Olmeo intervista per noi Igor Castangia che con sensibilità si racconta ai nostri lettori.

Come e quando nasce la tua passione per l’arte?

La mia passione per l’arte nasce in tenera età. C’è chi, nel tempo, sviluppa un hobby e chi nasce con un’attitudine precisa come la pittura. Solitamente, la propensione per l’arte si manifesta nella fase dello sviluppo in cui un bambino inizia a osservare ciò che lo circonda. Alcuni si limitano all’osservazione e altri, come nel mio caso, provano lo stimolo per la riproduzione di ciò che vedono. Sono sempre stato molto curioso da piccolo, leggevo i giornalini di topolino, i miei genitori avevano un bar, spesso capitava di fare merenda alla sera mentre sfogliavo tutto il giornalino, pubblicità comprese. Una volta terminata la lettura iniziavo a cercare di imitare le forme dei personaggi. Avrò avuto forse 5 anni ed è stato allora che è nato il mio interesse per il disegno o meglio è venuta fuori un’attitudine che probabilmente ho trascinato con me fin dalla nascita. Successivamente ho iniziato a provare interesse per forme più complicate: disegnavo di tutto, dalle macchine ai personaggi dei fumetti, poi ho iniziato a sfogliare libri di storia dell’arte rimanendo colpito inizialmente da Leonardo e Michelangelo e, in seguito, da Caravaggio. Ricordo ancora l’opera che più di tutti attirò la mia attenzione e non si trattava di Caravaggio, bensì di un caravaggista. L’opera era “I bari” di Antiveduto Grammatica. Ricordo ancora la sensazione che provavo ogni volta che la osservavo: quelle mani, quegli occhi e quei vestiti strappati, la sensazione di paura; volevo imparare anche io a creare un capolavoro del genere.

Ti diplomi all’Istituto d’Arte e frequenti l’Accademia delle Belle Arti di Sassari, ci racconti il tuo percorso da studente?

Normalmente si dovrebbe seguire un percorso di studi che porta a specializzarti in un tuo interesse o attitudine. Nel mio caso avvenne l’opposto, soprattutto perché frequentai la scuola media n° 2 proprio accanto all’Istituto d’Arte, scuola che provocava in me un certo in interesse. Invece, terminate le medie mi iscrissi contro la mia volontà ai Geometri, ripetendo due volte la prima. Cacciato da quella scuola riuscii finalmente a iscrivermi all’Istituto d’Arte di Sassari nel ramo di Architettura e Arredamento, trovandovi il mio luogo ideale per imparare molto sia dal punto tecnico che teorico, serietà nel momento giusto e grande libertà di espressione. Devo ammettere di essere stato molto fortunato, tutti gli insegnanti erano realmente bravi. Quello è uno dei luoghi dove ho lasciato il cuore. Ora tutto e cambiato, e solo chi l’ha frequentata in quegli anni sa quanto fosse unica quella scuola. Filarono 5 anni lisci con ottimi voti ma una volta diplomato gli sbocchi erano pochi: Design o Architettura. Avendo la passione per le macchine, il mio sogno era iscrivermi in una scuola di design automobilistico e la migliore era a Brera, ma purtroppo non potevo permettermi di pagare né l’iscrizione, né tantomeno la rata annuale, cosi mi rassegnai e per un po’ non pensai a proseguire gli studi. Ci fu però un elemento in particolare che mi portò all’Accademia. Diversi anni prima mia nonna venne a mancare. Dopo qualche tempo mio padre mi diede 50.000 lire, dono di mia nonna. Li conservai per un po’: non sapevo come spenderli e trovavo sbagliato gettare l’ultimo regalo di mia nonna in qualcosa di inutile. Così, un giorno, decisi di acquistare un libro. Una volta giunto in libreria comprai subito due libri, uno su Leonardo e uno sui Tromp L’Oeil. Abbandonata l’idea di iscrivermi a Design, un pomeriggio mi ritrovai tra le mani uno dei libri, in particolare quello dei Tromp L’Oeil verso il quale maturavo già un certo interesse, ma a parte qualche base di architettura o disegno geometrico non avevo conoscenze per realizzarne uno degnamente. Cosi, nell’estate del 2000 pensai che all’Accademia potevo trovare ciò che cercavo e mi iscrissi subito. Niente era più lontano da me della pittura, fino ad allora avevo imparato a usare squadrette, matite, pastelli, tagliare il legno e progettare qualcosa; fortunatamente gli studi fatti alle superiori furono fondamentali per l’Accademia. Tra le persone che devo ringraziare all’istituto D’ Arte ricordo la professoressa De Giorgio di Storia dell’Arte, allieva di Argan, una signora seria e distinta, molto severa ma con una grande passione per ciò che insegnava, e la sua passione mi coinvolse a tal punto che, anche se in quegli anni della pittura non mi interessavo, rimasi ugualmente colpito da artisti come Piero della Francesca, Caravaggio, Michelangelo, Turner, Courbet, Troyon, Millet, gli Impressionisti e i Macchiaioli. Ho anche una grande passione per la musica, raramente dipingo in silenzio: la musica e la radio mi accompagnano sempre, ed essendo l’ultimo di cinque figli ho assorbito da loro vari generi musicali degli anni 70. Ricordo ancora il gracchiare della puntina sul disco. Qualcuno si chiederà cosa c’entri con la pittura ma in realtà il collegamento c’è, eccome! Tutto è collegato, ricordo ancora quando la prof. ci spiegò “Monaco in riva al mare” di Friedrich, l’immensità e la forza della natura al cospetto dell’impotenza dell’uomo. Osservando quel quadro capii che ogni opera non è fine a se stessa e che il suo significato, l’atmosfera sospesa in particolare, mi ricordava i Pink Floyd. Sembrava di sentire “The dark side of the moon”, musica tramutata in immagine. Musica e pittura avevano lo stesso linguaggio. Quel giorno qualche cosa cambiò e lo scoprii in seguito.

Ti formi come pittore classico figurativo, che segue il percorso manieristico e Barocco, ma sappiamo che oltre questo c’è un tuo percorso molto personale. Ci racconti queste due fasi di creatività?

Il mio percorso nasce da un interesse per gli artisti che raccontavano la realtà. Sono fatto cosi di carattere, mi piace l’arte di rottura, quella fatta da artisti che non si nascondono o hanno paura di dire, mostrare e/o raccontare, e questo è tipico di Caravaggio e di buona parte dei caravaggisti. Subito dopo arriva la fase del Barocco ed il trionfo della decorazione, del bello e dello sfarzo. Caravaggio e Barocco sono legati, o almeno il legame che gli do io crea la mia pittura. Quando frequentai l’Accademia non approfondii subito gli studi dell’arte classica. Frequentai un anno dove mi spinsero a fare ben altro. Decisi di non proseguire gli studi per un anno che trascorsi facendo diversi lavori. Mi accorsi allora che era giunto il momento di mettere in gioco le mie capacità, così decisi di iscrivermi nuovamente, anche se le cose non cambiarono. Dopo una discussione con un docente decisi di mollare probabilmente per sempre gli studi, quello non era il mio ambiente. Fu un assistente, ora docente di decorazione, Sergio Miali, che capì la mia vera natura e decise di insegnarmi le tecniche degli antichi maestri iniziando con la copia di un’opera proprio del Caravaggio. Conservo ancora la lista del materiale che mi scrisse per poter dipingere: pennelli, colori, olio, trementina… erano le cose che cercavo. Cambiò tutto radicalmente, potevo stare ore a dipingere senza sentire fatica, ero entrato nel mio mondo. Imparata la tecnica decisi di raccontare le mie sensazioni ed emozioni attraverso la pittura e dopo vari Giovanni Battista e/o San Girolamo, iniziai a raccontare ciò che volevo con una mia opera, nata dalle mie idee unite alle idee degli antichi maestri. La mia prima opera da questo punto di vista fu “L’Angelo Ebro”, opera nella quale racconto la società fatta dagli ultimi, la perdita di valori e l’orrore per l’indifferenza. La pittura per me deve essere questo, non deve essere fine a se stessa ma comunicare un messaggio.

Se dovessi definire il movimento pittorico isolano in questo momento, cosa ci diresti?

La Sardegna è una terra piena di talenti, esistono molti movimenti o associazioni di artisti che vogliono dire la loro, purtroppo siamo sempre stati condizionati dal fatto che viviamo su un’isola e muoversi rappresenta un grande problema. Chi decide di trasformare la propria arte in lavoro ha bisogno di tante cose, oltre ai soldi la più importante è la visibilità. Per fortuna siamo nell’epoca di internet e dei social, in più viviamo in una terra unica, visitata da milioni di turisti che arrivano da ogni parte del mondo dandoci la possibilità di mettere in mostra la nostra arte ed eliminando le barriere un tempo invalicabili. Per capirci, nel 1913 Giuseppe Biasi, considerato da molti il più grande artista sardo del 900, dipingeva “Fanciulle al lavatoio”, nel frattempo Marcel Duchamp esponeva “Ruota di bicicletta”. Era un mondo a due velocità. Oggi, grazie ad un mondo multimediale, si ha la possibilità di stare aggiornati in tempo reale con le novità e l’arte prodotta in Sardegna può stare al passo con l’arte prodotta in tutto il mondo. Vista la grande quantità di artisti, ciò che manca alla Sardegna e in particolare alla mia città, è l’arte distribuita in ogni luogo visitabile. Una città come Sassari che possiede una Accademia dovrebbe essere disseminata di opere permanenti in ogni luogo, palazzo, via o piazza. Sarebbe bello osservare sculture e decorazioni che dessero un po’ di felicità ad una città sempre più triste. Esistono già degli ottimi decoratori che hanno creato molti murales a tema in diversi paesi della Sardegna.

Penso che ogni artista dovrebbe essere “contemporaneo” del suo tempo e dare un messaggio che venga capito e recepito in quel momento. Tu pensi che anche rimanendo ancorati a una pittura di maniera o classica si possa essere artisti contemporanei?

È vero che ogni artista dovrebbe essere contemporaneo del suo tempo, ma bisogna capire che chiunque oggi studi o pratichi un’arte ha la fortuna (o sfortuna) di avere a che fare con qualcosa che, da un punto di vista dell’evoluzione artistica, possiamo definire un cerchio chiuso. L’arte ha avuto una nascita, “le pitture parietali”, ed una fine che viene definita “la morte dell’arte”, ossia la nascita dell’arte moderna. Sono così nati milioni di generi come, tra gli altri, il concettuale e il multimediale. Adesso si produce di tutto e creare qualcosa di estremamente originale che possa rivoluzionare il mondo dell’arte è sempre più difficile. La fortuna, quindi, è che si ha la libertà di produrre il genere che si vuole. Per capirci, lo stesso soggetto dipinto da mille artisti presenterà mille opere diverse perché ogni artista mette nell’opera il suo mondo interiore. I critici d’arte osservano la sensibilità di un artista. Per essere definito contemporaneo dovrei abbandonare per sempre la pittura e magari utilizzare il computer, un mondo che per ora non mi appartiene. Quando ho qualcosa di importante da dire lo rappresento in un’opera figurativa, se invece voglio comunicare una sensazione di tranquillità ed equilibrio lo faccio attraverso una natura morta di frutta o di fiori. La contemporaneità, per me, è il soggetto stesso e soprattutto il modo in cui viene rappresentato. Io non ho una missione, dipingo per piacere e ciò che produco, nonostante sia molto impegnativo, non mi comporta un grande sforzo anzi, al contrario, la voglia di creare un’opera nuova, partendo dall’idea originale fino alla sua completa realizzazione, produce sempre in me molta energia.

Cosa sono, per Igor Castangia, la gestualità e la sensibilità?

Gestualità e sensibilità sono due elementi che appartengono a ogni pittore. Entrambi sono presenti in un’opera e in molti casi, specie la gestualità, sono i fautori della qualità dell’opera stessa. Questo accade perché ognuno di noi ha un carattere, una sensibilità, uno stato d’animo differente da quello di un altro, che caratterizzerà la sua opera. La gestualità è un elemento ricorrente e spontaneo, praticamente inconscio, ma va allenata con tanto esercizio. Una mano libera ed allenata creerà un gesto fluido, comunicando sicurezza e precisione. Uno strato o volume di colore sulla tela susciterà così un’emozione, in chi osserva, uguale a quella dell’artista stesso. Il movimento della mano è un “gesto che parla” raccontando chi è il pittore, quali emozioni e sensazioni prova in quel momento. La gestualità racconta la sensibilità. Possiamo osservare, ad esempio, Tiziano o Velasquez, due artisti morti qualche centinaio di anni fa, che ancora oggi si contraddistinguono per la gestualità delle loro pennellate, dunque per la loro modernità. Il padre di tutti resta Jackson Pollock. Ricordo un documentario che parlava di lui fin dall’infanzia, del difficile rapporto con il padre e il fratello, anch’egli artista molto più dotato di lui tecnicamente. Era una persona parecchio tormentata interiormente, ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce è la sua gestualità fatta di colore gettato con violenza sulla tela e non c’è bisogno di studiare l’artista per capire chi è o cosa voglia comunicare, tramite un insieme infinito, intrecciato di gesti che raccontano la sensibilità di un uomo. È questo che fa apprezzare e vendere un opera, la capacità di raccontare la sensibilità dell’autore attraverso un gesto.

Picasso diceva: «I mediocri imitano, i geni copiano». Cosa ne pensi di questa affermazione, in un contesto dove tutti cercano di differenziarsi per non essere “copie di copie”?

Sono d’accordo con la prima parte, i mediocri imitano. L’arte è un istinto dettato dalla voglia di creare, e questa è la fase più complicata per un artista. Nella prima fase vuoi fare ma non sai cosa. Non sai cosa c’è dentro di te, che tipo di artista sei o quale arte vuoi produrre o ti identifica. Questa è una fase molto confusa, che ti porta a non sapere bene cosa fare; spesso anche ad abbandonare. Se l’istinto e la voglia sono forti la cosa più diretta è imitare, cioè ripercorrere i passi di qualcuno che ha creato uno stile dopo lunghi studi interiori e tecnici, fino a giungere ad un risultato. Quel risultato diventa alla portata di tutti ma appartiene soltanto a chi ha affrontato una lunga fase di studi che può durare anche anni. Coloro che Picasso definisce “mediocri”, saltano questa lunga fase e prendono una scorciatoia semplicemente imitando uno stile personale. Non so di preciso a cosa si riferisse Picasso quando diceva «I geni copiano», è un concetto astratto, probabilmente si riferiva a tutti quegli artisti che ad esempio hanno preso la realtà o la natura come fonte di ispirazione limitandosi semplicemente a copiare ciò che vedevano i loro occhi. Lui stesso aveva rubato dall’arte africana, che altro non era se non una rappresentazione della loro realtà. Probabilmente Picasso aveva ragione. Copiare è sempre un fantastico esercizio per la mente, l’astrazione avviene attraverso un processo mentale personale di un artista che vede un oggetto, lo fotografa nella mente e lo trasforma in qualcosa di diverso sulla tela. Non credo poi ci sia una gara a differenziarsi. La differenziazione avviene naturalmente. L’unico genere che può trarre in inganno è l’iperrealismo, genere artistico che va oltre la realtà, dove è praticamente inesistente la pennellata. In questo caso è facile confondere l’autore. Il rischio di essere copie di copie avviene quando un maestro non insegna la tecnica base per dipingere, ma insegna la sua tecnica, il suo stile. Cosi facendo si creano dei cloni da un originale, spesso accade che nelle scuole di pittura le opere degli allievi siano molto simili tra loro, nonché somiglianti alle opere del maestro.

Se dovessi farti un autoritratto, come dipingeresti Igor Castangia sulla tela e quali emozioni lasceresti trasparire?

Mi piacerebbe avere tanto tempo e spazio per poter realizzare, come faceva Rembrandt, un autoritratto al giorno. In passato ho realizzato alcuni autoritratti, sia a figura intera che ritratti del viso, ma erano semplicemente esercizi tecnici. In realtà è da un po’ di tempo che ho intenzione di realizzare un autoritratto che mi rappresenti. Io in piedi, con lo sguardo perso nel vuoto, intento a riflettere su qualcosa, magari un’opera nuova. In realtà, lo sguardo che lascia trasparire la mente assorta in mille pensieri è la parte più rappresentativa di me. È il vero motivo dell’opera. Credo di esser sempre stato cosi. Con la testa costantemente proiettata da un’altra parte, pensando a qualche cosa di nuovo da creare. Presenti nell’opera gli attrezzi del mestiere, su di un lato il cavalletto con un quadro sopra, la tavolozza e i pennelli. Nelle mie mani il tutore in legno che utilizzo per dipingere. Sullo sfondo neutro, che sfuma nell’oscuro, una cornice vuota appesa al muro indica il futuro di qualcosa che verrà. Probabilmente in terra, in primo piano, un fiore, forse una rosa, un omaggio alla bellezza della natura. Questo sarebbe il mio autoritratto, senza stravaganze o ipocrisie.

di Benito Olmeo  (foto gentilmente concessa da Igor Castangia)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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