ENZO TANDA – LA PAROLA AI COLORI

Le fantasie di colore alle quali Enzo Tanza riesce a dar vita con i suoi dipinti sono state il motivo che ci ha spinto a incontrarlo e a chiedergli, per quanto possibile, di svelarcene i segreti. Già vincitore di diversi concorsi di pittura estemporanea, il prof. Tanda insegna ai ragazzi dell’Istituto d’Arte di Sassari.I suoi quadri, dopo un’installazione di parecchi mesi nell’ampia sala del Caffè Usai, in via Pasquale Paoli 17 a Sassari dove lo abbiamo conosciuto, sono ora esposti presso il Bar Arca, sempre a Sassari, in via Rockefeller 24.

Come scopre la sua vocazione artistica?

Da bambino abitavo al centro storico di Sassari e, qualche volta, vedevo alcuni ragazzi che dipingevano. Poi ho scoperto che erano alunni dell’Istituto d’Arte e che andavano in giro per il centro storico a dipingerne e decorarne gli angoli, le fontane, gli archi. Mi sono incuriosito e ho iniziato a disegnare su qualunque cosa potessi. Ricordo che, allora, preferivo soprattutto disegnare fumetti. Poi, alle scuole medie, ho avuto come insegnante un bravo professore di educazione artistica che mi ha convinto a iscrivermi all’Istituto d’Arte, Prof. Nivola. Lui mi ha dato lo spunto per poter entrare in questo mondo fantastico. Una vola iscrittomi sono andato a lavorare con Gavino Tilocca, il celebre scultore che ho avuto anche come insegnate e che mi chiese se fossi interessato a lavorare nel suo studio per imparare il mestiere di ceramista e scultore. Così, a partire dalla seconda superiore, ho frequentato il suo laboratorio dove lavoravo la ceramica e, contemporaneamente, continuavo a dipingere.

Quali artisti e quali correnti predilige?

A me piacciono quasi tutti gli artisti nello loro forme di espressione individuale. Quando ero giovane mi piaceva molto Paul Klee. Prediligo forse l’astrattismo, ma più che altro io dovrei essere catalogato come impressionista sebbene, probabilmente, neanche questa definizione mi rispecchi completamente.

Cosa pensa sia importante trasmettere agli studenti?

La sensibilità, innanzitutto, del colore e della forma. Provo poi a insegnare come vedere l’arte un po’ dappertutto, anche in un mattone, in una pietra, in una montagna, nel mare, e a vedere come la natura trasforma i suoi elementi in quello che noi vediamo. È interessante domandarci anche perché ci attirino elementi come il mare in movimento, il fuoco, la pioggia, ecc.

In effetti, nei suoi quadri colpisce la fusione degli elementi che compongono il paesaggio con le architetture e le persone.

In realtà si tratta, secondo la mia ottica, di elaborare la realtà con una struttura similare al concetto di spostamento dei colori: spostare i colori reali dal posto dove si trovano per trasferirli all’interno del quadro con la pittura. Una dispersione e una distribuzione dei colori, quindi, ma non nell’ordine naturale, bensì in maniera che l’occhio dello spettatore cerchi di riordinarli. L’occhio stesso che rimette al suo posto i colori. Io dico sempre che, a livello di figurativo, è stato fatto tutto, sicuramente molto meglio di quanto possa fare io. Però il fatto stesso di distaccarsi e far intervenire lo spettatore nel processo pittorico mi emoziona molto, perché ogni persona vede un qualcosa di suo, di personale. A me, per esempio, è capitato qualche volta, durante i concorsi, di vedere la giuria al lavoro passare davanti al mio quadro e poi tornare indietro per fermarsi e cominciare a guardarlo più a fondo, a studiarlo. Questa curiosità e questo processo ricostruttivo mi affascinano.

Quali sono i suoi soggetti preferiti?

Mi piacciono le feste tradizionali per il loro colore. Anche l’abito sardo è talmente bello che ne prendo il colore, lo tolgo e lo metto da un’altra parte: i rossi, i neri, i verdi; perché poi l’occhio di chi guarda, come dicevo, possa cercarne in autonomia la propria collocazione. Questo fenomeno, a ben pensarci, avviene già, per esempio, quando si guarda una tv che è difettosa e nella quale i pixel si spostano scomponendo l’immagine. Ecco, a proposito delle feste mi piace molto dipingere quelle alle quali da bambino mi portava mio padre, una su tutte penso a San Costantino. E, insieme con le feste, mi piace dipingere la gente che va a vederle, perché il soggetto è importante ma è la gente che fa la scenografia.

Quali materiali usa per dipingere?

Dipingo su tutto anche perché, essendo ceramista, ho l’abitudine a superfici difficili. Sulla ceramica si lavora con colori acquerellati ma su un fondo che asciuga parecchio e con colori che cambiano durante la cottura. Dipingo su tela, cartone, legno, compensato, lamiera, vetro, specchio. Prima usavo i colori a olio ma per un fatto di comodità; adesso son passato all’acrilico. Con l’olio è possibile fare meglio le sfumature, con l’acrilico ci vuole una tecnica particolare per farle rendere nel modo giusto.

Ha in programma qualcosa di particolare per il futuro?

Sì, ho iniziato un percorso sulla Sardegna e volevo realizzare, con la pittura, un viaggio da Sassari a Cagliari sulla strada, sulla 131, riportando tutto quello che si vede a destra e a sinistra lungo la via. Poi, una volta a Cagliari, realizzarci una mostra. Mi piacerebbe molto anche realizzare un percorso Cagliari-Nuoro on the road, all’americana, un po’ come avviene nelle esperienze dei concorsi estemporanei in Sardegna, quando si dipinge sul posto e si conoscono nuove persone, paesaggi, luoghi.

di Daniele Dettori  (foto gentilmente concessa da Enzo Tanda)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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