A CINQUE SECONDI DAL CONFINE

Le persone che si avvicinavano al mondo della droga erano di molteplice natura e strato sociale, non esisteva una specifica classe colpita dal fenomeno per cui non meravigliava vedere figli di liberi professionisti, avvocati, persone impegnate nel sociale e quant’altro di “meglio” la società potesse offrire, accompagnarsi a persone con problematiche sociali e individuali strutturate e palesemente individuabili. La droga non risparmiava nessuno, nessuno poteva ritenersi al sicuro dall’uso di stupefacenti; la droga dilagava senza risparmiare alcun che! Nei primi anni ‘80, in Italia il fenomeno era fuori controllo sociale e sanitario e sul mercato dello spaccio arrivò la Tahi, bianca thailandese, eroina estremamente più potente dalla Brown Sugar, il quale costo si aggirava attorno alle diecimila lire per una busta che permetteva la sconvoltura per tre persone. La differenza sostanziale era dettata dal poco flahs subito dopo l’iniezione ma dall’effetto più lungo dovuto alla sua purezza. Era proprio Verona il centro nevralgico dello spaccio della bianca, tant’è che venivano a rifornirsi i più alti personaggi dello spaccio nazionale e questo portò a considerare le piazze di Verona e zone limitrofe come capitale europea del traffico di stupefacenti, assumendo anche l’appellativo di Bangkok d’Europa. Fatta questa doverosa premessa non posso omettere ciò che è stato l’uso di eroina e ciò che si affaccia ad essere ancora come problematica da affrontare con massiccia informazione, nonché strategie sanitarie e sociali adatte. Tutto questo anche in considerazione del fatto che nelle carceri italiane, a tutt’oggi, sono presenti circa ventimila detenuti tossicodipendenti con patologie correlate dall’uso di sostanze stupefacenti e curati con la sola somministrazione di psicofarmaci. Entrare nel mondo distorto di chi abusa di droghe è complesso, per cui il mio intento è quello di raccontare alcune sfumature relative alla quotidianità di chi vive sulla linea di confine tra la vita e la morte, le urla silenziose, la rabbia contro tutti e contro se stessi, la descrizione di un rito che ogni giorno bisogna rivivere per ripetere un salto… nel buio della solitudine. L’astinenza da sostanze stupefacenti porta a elaborare qualsiasi ipotesi in cerca di soluzioni per l’acquisto della dose di eroina ed il mondo, con la sua normalità, cessa di esistere dando spazio ad un universo ove la caccia è aperta senza regole e senza morali sociali e affettive. I soldi si troveranno, non si sa ancora come ma si troveranno, per cui la mente e il corpo saranno di nuovo ingannati! Quel rito chiama quella parte di te che si è innamorata di una amica dannata e che placa un’anima sempre alla ricerca di quiete interiore accompagnandoti in un viaggio senza speranza. La morte non fa paura, un amico mi diceva: «Ma chi se ne frega, io quando mi drogo sto bene e non penso e non sento altro», ed ancora: «Spero di arrivare a vivere sino ai trent’anni». Ne aveva venti, di anni. Quanti gli amici persi per i devastanti effetti della droga. (Dal 1984 al 2000 i decessi sono passati da 397 a 1016: fonte del Ministero dell’Interno).Overdose, Aids, Sparatorie, Suicidi. Tutti effetti collaterali accettati a prescindere, e tutto preso in considerazione come prezzo da pagare. Negli anni ‘80 arrivarono i primi casi di Aids conseguenti all’uso di siringhe scambiate per iniettarsi eroina ed era difficile far comprendere ai farmacisti che non si prestavano alla sostituzione gratuita di siringhe usate con siringhe sterili. Ci vollero anni prima di vedere distributori automatici di siringhe sterili nelle grandi città. L’aspettativa di vita per un sieropositivo era attorno ai sette/otto anni, le terapie antiretrovirali non erano ancora all’apice della loro capacità curativa per cui il silenzio verso gli altri, per una sieropositività accertata, era prassi obbligatoria e dettata per una difesa dall’esclusione sociale che sarebbe stata, e che era, ancora più marcata con la discriminazione. Di conseguenza, disperazione e sofferenza diventava motivo di auto isolamento in compagnia dell’unica “amante” che ti avrebbe ascoltato e consolato; Signora eroina.

Vivere per strada era la scelta predominante e i comportamenti completamente indirizzati all’unico obiettivo di non-vita, siringa, cucchiaino ed eroina dovevano incontrarsi per adempiere ad un rito ormai padrone sopra ogni cosa, sopra ogni affetto, sopra ogni ripensamento, sopra ogni senso di dignità.Allora saltare da un treno in corsa per non essere arrestato, girare nelle città con una pistola sempre pronta a difendere la tua roba, vedere una persona colpita da una pallottola per non aver pagato il costo di una dose di eroina o cocaina, entrare in un negozio sotto effetto di cocaina per compiere una rapina che permetterà il riacquisto di droga, saltare da un balcone mentre per le scale stanno salendo dei carabinieri per scappare ad un arresto alle cinque del mattino e darsi latitante, tutto questo è droga. Nella provincia di Verona, in un paese vicino, San Giovanni Lupatoto, la concentrazione di spaccio di bianca thailandese era così vasta che un giorno assieme a degli amici decidemmo di farvi visita e ciò che rimane nei miei ricordi è una via lunghissima dove, da ambo le parti della strada, erano ferme delle persone, pusher, distanziate di dieci metri tra loro e tutti in attesa che una macchina si fermasse a parlare con loro. Erano tutti spacciatori di bianca e provvisti di sacchettini in plastica con all’interno venti/trenta grammi di roba pronta per essere venduta. Il traffico era continuo, tutti si fermavano per questo dialogo ben poco accademico. Altri giungevano a piedi per prendersi la dose giornaliera e, con ben poca formalità, percorsi alcuni metri per spostarsi da occhi indiscreti, iniziavano il loro rito. Gli occhi concentrati sul cucchiaino in cui veniva posata la dose di eroina, poi con la siringa contenente un po’ di acqua veniva mescolata la sostanza con il supporto di una fiamma che un accendino posto sotto il cucchiaino produceva. Sciolto il tutto con meticolosa e silenziosa attenzione, veniva creato un filtro recuperato da una sigaretta che permettesse di assorbire, con la siringa, l’eroina ripulita da eventuali impurità, considerando che quella partita di bianca era tagliata. Con un forte sospiro, nell’approvazione di chi era presente per spartire il bottino e nel silenzio più assoluto per la paura di distrarre il preparatore, iniziava l’ultima fase della ritualità. Con la siringa tenuta tra i denti veniva scoperto il braccio e stretto con forza con il laccio emostatico, così da mettere in risalto la vena. Con decisione, l’ago si perdeva all’interno della vena e un rigurgito di sangue nella siringa confermava che tutto era pronto. Sono questi cinque secondi di vita su cui bisogna concentrare le politiche antidroga; è in questi istanti che un occhio attento e un’anima ben disposta può trovare le motivazioni, le ragioni di ciò che è un punto di arrivo e non di partenza.Per quell’istante di ingannevole quiete interiore passano tutte le paure, la rabbia, la solitudine e la sofferenza di un anima. E lui lo sa! Ma così facendo si sente libero e il sorriso riappare su un volto segnato da un velo di morte. Libertà priva di emozioni, di sentimenti, di rispetto, di dignità. Libertà incatenata. Per quel rito ho visto le più disperate azioni, il degrado assoluto, la difesa della dose fino alla morte. Un giorno a Brescia, nelle vicinanze della stazione ferroviaria, un ragazzo dopo aver usato dell’eroina si stava iniettando in vena una dose di cocaina e, mentre era seduto al sole preparandosi la siringa, arrivò una macchina della polizia che, vedendolo, si avvicinò. A distanza di cinque metri, rimasti seduti in macchina, i tre poliziotti gli chiesero cosa si stasse iniettando. Lui rispose: «Cocaina». Con una retromarcia, la Polizia se ne andò. Sapevano che non avrebbe mai consegnato la sua dose e che, se avessero provato ad impedirgli di interrompere la sua autodistruzione, se la sarebbero vista brutta. Per una dose di eroina o cocaina nulla può opporsi a chi da esse è dipendente. Anche la somministrazione di metadone terapeutico non sostituisce il rito. Allora, spesso, davanti ai Ser.T. era facile trovare persone che lo vendevano o scambiavano per una dose di eroina o soldi per l’acquisto di qualche droga che potesse far sentire il flash. Questo fenomeno dilagava. Farmaci come il Temgesic permettevano un lieve tamponamento della dipendenza, mentre psicofarmaci come le Roipnol, il Minias, il Darkene diventavano indispensabili per coprire l’astinenza ma altro non procuravano che una doppia diagnosi sanitaria e comportamenti sconsideratamente pericolosi a livello sociale. Scampia a Napoli, piazza delle Erbe a Verona, San Lorenzo a Roma, San Faustino a Brescia, via Padova a Milano, Prato della Valle a Padova, Santa Maria di Pisa a Sassari, piazza Ghirlandina a Modena, via delle Volte a Ferrara. Ogni giorno e in ogni orario, anche oggi il rito del buco sarà l’obbiettivo da raggiungere e di poca importanza sarà la sofferenza dei familiari che ogni giorno vivono la disperazione per un figlio alla ricerca di droga, di una moglie che vive il proprio uomo amare una polvere bianca, di figli che non possono giocare liberamente col proprio padre o la propria madre. Maledetta droga! Poco importa se, con una telefonata, verrà comunicato che: «È deceduto per overdose.» Effetti collaterali verranno considerati i reati penali che porteranno al carcere. Tanto la pena dovrà finire e lei sarà là ad aspettarmi. È una coazione a ripetere. Molte tra le persone che erano già “provate” dalla droga tentavano la soluzione della comunità terapeutica ma la maggior parte non riusciva nemmeno a portare a termine il periodo terapeutico imposto che, mediamente, si protraeva per tre anni. Le motivazioni dell’abbandono erano molteplici. Il richiamo della sostanza, il lavoro di comunità vissuto come strumento fine a se stesso o il confronto ritenuto limitato da argomentazioni prive di elementi diretti all’uso di eroina. Le motivazioni erano complesse e di varia natura ma tutte avrebbero portato all’unica motivazione accettabile e percorribile, l’eroina. Ben pochi sapevano che quel pur minimo recupero fisico ripulito grazie alla non assunzione di droga sarebbe stato il motivo più rischioso per trovarsi in una condizione di overdose. I così detti “vecchi” del mestiere diventavano le vittime principali. Il mercato Europeo della droga resta resiliente, sostiene oggi l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA), lanciando a Lisbona la sua Relazione europea sulla droga 2016: tendenze e sviluppi. L’agenzia europea mette in evidenza: i rischi per la salute dei prodotti di elevata potenza; la continua comparsa di nuove sostanze e il variare dei modelli di consumo di stupefacenti. Esprime altresì preoccupazione per gli aumenti dei decessi per overdose in alcuni paesi e per le minacce poste dai mercati della droga su Internet. La riflessione doverosa è che l’eroina sta tornando, da tre anni consecutivi il consumo è in aumento, il 4% degli studenti italiani fra 15 e 19 anni ha sperimentato la cocaina e l’1% ha assunto eroina. Quasi la metà di chi la prova, ne fa un uso frequente (fonte dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr 2016) e le droghe si sono moltiplicate creando un’offerta sempre più massiccia e diffusa anche se di droga si parla sempre di meno. L’informazione sull’enormità delle conoscenze acquisite sulla pelle di una generazione scomparsa è colpevolmente silenziosa e confusa su politiche sociali carenti di creatività per la coesione sociale e di strategie motivazionali. Osservare i cinque secondi dell’iniezione e parlarne con chi quei momenti li vive in prima persona studiando strategie ancora più mirate, a mio avviso, porterebbe alla comprensione di determinate dinamiche autodistruttive.

di “Ico”                         Illustrazione: Luca Sanna
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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