IL SEQUESTRO TROFFA ED ELSA SOTGIA

  Salvatore Troffa (noto Pupo) nella sua abitazione poco dopo il rilascio.

Come ogni sera, Pupo Troffa era uscito di casa per giocare una partita di carte al “Circolo Sassarese”.  Non poteva certo immaginare che, nei pensieri dei malviventi, c’era proprio lui, ricco imprenditore di Sassari che, da quella sera (era il 3 Novembre 1978), avrebbe vissuto prigioniero per 243 giorni.Quello di Troffa è stato uno dei rapimenti più lunghi della storia del banditismo sardo, un sequestro costato un riscatto di 1 miliardo di vecchie lire. La banda dell’Anonima lo spiò a lungo, studiandone ogni spostamento. Posticipare di un giorno il rapimento aveva reso impeccabile il sequestro: un furgone, una 128 rubata targata Roma e una 127 erano appostati attorno all’abitazione in via Muroni 5. All’interno di una delle vetture sedeva Elsa Sotgia con il suo amante, Antonio Fellline. Al rientro verso casa, Troffa venne aggredito dai banditi nel suo garage, accecato con una pila e caricato sul furgone per essere fatto prigioniero insieme ai suoi compagni nelle campagne più sperdute della Sardegna. Fu legato con una corda al collo e appeso come un maiale. Vittima di torture, l’imprenditore aveva compiuto 50 anni durante gli 8 mesi di prigionia. Al suo rilascio, il 4 Luglio 1979, aveva perso 40kg e furono i militari a trovarlo, sdraiato per terra in una località del sassarese. Troffa è scomparso nel 2015 all’età di 87 anni.

Un ringraziamento speciale a Ruben Mureddu per la sua illustrazione “Homeless”

“Qualche anno fa ho avuto un infarto e ho pensato che il mio sogno sarebbe stato morire nella mia terra, così’ sono tornata in Sardegna”. Sono le parole di Elsa Sotgia, una donna di oltre sessant’anni che vive da un anno nella rotonda di Platamona, in una pensilina per la fermata degli autobus. Per ripararsi ha legato con le corde lunghi teli ormai rovinati dal mal tempo e a farle compagnia «Tre cani della rotonda», lei li chiama. Elsa si sente stanca ma il suo carattere forte e deciso non la fa mollare e non si arrende all’idea di dover abbandonare la Sardegna. Accusata di aver avuto un ruolo nel sequestro dell’imprenditore sassarese Pupo Troffa, nel 1978, ha scontato venti anni di pena «Ma sono stati molti di più», ha detto. «In cella sono stata picchiata e maltrattata dalle stesse guardie. Una volta avevo deciso di fare lo sciopero della fame, e mi sentivo così debole che non mi reggevo in piedi. Quando la guardia mi ha obbligato ad alzarmi io non ce l’ho fatta, così lui mi ha presa di peso e mi ha scaraventata al muro, fratturandomi ginocchia e caviglie, eppure al processo nessuno mi ha citata per le torture subite». Elsa porta sul viso i segni del pestaggio ma anche della sofferenza per la perdita di una figlia malata di cancro e per il dolore di un amore che l’ha resa fragile e forte nel dimostrare la sua innocenza. Elsa Sotgia però fa paura, c’è qualcosa o qualcuno a cui dà fastidio e così, ancora oggi, è vittima di furti su quelle poche cose che le rimangono per vivere e si sente come costretta, prima o poi, a dover abbandonare anche il mare. «Avevo una tenda per dormire in spiaggia, mi hanno bruciato anche quella. Avevo una giacca con dentro i miei ricordi e mi hanno portato via anche quelli, ora sono vivi dentro me». Le sue origini non mentono. Elsa, donna di Sardegna, è testarda e vuole ottenere ciò che ritiene giusto. Per averlo lo paga con la fame e il freddo. «Non chiedo tanto, solo una dimora, un tetto sopra la mia testa anche piccolissimo per vivere gli anni che mi restano in serenità. Sono stata più volte in centri sociali ma la loro risposta è stata che avevano priorità gli extracomunitari e io dovevo aspettare». Senza un tetto e senza un letto, la gente che passeggia la guarda a volte con disprezzo per essere seduta su quel marciapiede, sporca e con addosso tanti strati di vestiti per proteggersi dal freddo. Ha le mani rosse, le unghie lunghe con lo smalto scheggiato e porta grandi anelli che forse, guardandoli, le ricordano di essere donna. «Le istituzioni non mi considerano, nessuno ha mai speso una parola. Mangio qualcosa quando c’è, a volte mi portano coperte e cibo, non chiedo mai l’elemosina ma qua attorno mi offrono un caffè; i chioschi mi fanno usufruire del bagno e mi godo la mia sigaretta guardando l’orizzonte». Elsa vive abbandonata da chi ha il potere di aiutarla e fa oro della buona gente che, passeggiando, la saluta. Non vuole essere fotografata per rispetto della famiglia, si rifiuta di andare tra infermi mentali, anziani, ricoveri. «Io sono una guerriera, ho già perso troppo tempo rinchiusa, ora difendo la mia libertà».

di Ilaria Tucconi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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